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Ricordi:
il volo mi ha sempre affascinata, potersi staccare dalla terra che ci
tiene bene legata ad essa e riuscire a librarsi nell’aria. Un sogno.
L’incontro con gli adolescenti che hanno dentro di se il bisogno del
cambiamento vedi il bruco per poter diventare farfalla mi ha fatto
scegliere il titolo. Queste splendide creature le farfalle somigliano
molto alle adolescenti con le quali mi imbatto nel mio lavoro in comunità.
Questo libro racchiude un auspicio: mettiamo l’anima in pace
accontentiamoci di conoscerle sempre di più approfondiamo e consolidiamo i
nostri incontri per dare loro la forza di librarsi. Impariamo a rimanere
incantati davanti alla loro leggerezza alla loro leggiadria vivendole
come farfalle.
Amelia Izzo:
laurea
in Scienze dell’Educazione,
dirigente di Comunità,
Mediatrice Familiare,
responsabile
delle Case Famiglia “SOS ADOLESCENZA”
collabora con varie
associazioni,
vive a San Potito
Sannitico (CE)
ameliaizzo@virgilio.it
Prefazione
di
Claudio Foti
“Non toccate le farfalle” è una
tavolozza dai colori tenui e nel contempo forti, in ogni caso vivi. Una
tavolozza di suggestioni e di suggerimenti, di pensieri sull’ascolto e
sulla fiducia, di sofferte comunicazioni, emotive e comportamentali, di
ragazzi e ragazze in grave difficoltà, di interventi educativi, riusciti o
fallimentari, delle comunità educative alle prese con minori sessualmente
abusati.
Abuso sessuale e comunità: l’abuso sessuale è tra le manifestazioni
più rovinose della comunità umana: una comunità umana che tradisce ogni
proposito di favorire la comunicazione tra grandi e piccini nel
reciproco rispetto per consentire ad alcuni individui di appropriarsi
della linfa vitale dei bambini. Una famiglia, cellula base della
comunità umana, che, invece di mettere in comune pensieri e
sentimenti, viene usata dai soggetti più forti al suo interno per
vampirizzare la mente e il corpo, il logos e l’eros, dei cuccioli, dei
soggetti più teneri e più deboli, e nel contempo più fragili e più
malleabili. “La comunità sono io”, pensa il perverso nel proprio
individualismo sfrenato. E “dopo il mio atto sessuale, il diluvio”.
Abuso sessuale e comunità: la vita comunitaria è apparsa sin
dall’infanzia a colui che diventerà un abusante sessuale come
profondamente deludente, manipolatoria, umiliante. A partire da questo
imprinting emotivo e culturale il perverso cerca di imporre a proprio
vantaggio la legge del più forte che egli ha appreso, ribaltando
strumentalmente e violentemente su qualcun’altro la propria onnipotenza
ferita e non elaborata, il proprio affannoso inseguimento della pienezza
e della felicità attraverso il miraggio del soddisfacimento pulsionale. E
la comunità, la comunità sociale, la comunità delle istituzioni, delle
leggi e degli ordinamenti, la comunità dei principi, dei valori e delle
norme morali, sta a guardare, disorientata, incapace di un’attenzione
rispettosa alle ragioni delle vittime, spesso, addirittura, si volta
dall’altra parte: essa stessa è condizionata al proprio interno, più di
quanto non voglia ammettere, da quegli atteggiamenti mentali che generano
la perversione e l’abuso sessuale: atteggiamenti di insensibilità,
di appropriazione strumentale delle risorse altrui, di
individualismo cieco e sordo alla sofferenza dei più deboli.
Ma per fortuna nella comunità sociale compaiono segni di una nuova
comprensione dei bisogni, dei diritti e delle ragioni delle piccole
vittime. Laddove la famiglia ha fallito la comunità educativa può
diventare risorsa di un progetto di rilancio della accoglienza e della
speranza. Se la comunità familiare, invece di risultare luogo di
protezione e di accudimento è diventata teatro di un dramma consumato
dietro le quinte, talvolta di un vero e proprio “tentato omicidio”
dell’anima dei più piccoli, la comunità educativa - ed è questo il
messaggio forte di Amelia Izzo, che nasce e si traduce in un’esperienza
viva - può diventare un luogo di accettazione, di comprensione
emotiva, di riparazione delle ferite, un luogo dove tentare di costruire
insieme, educatori e ragazzi, un nuovo testo, un nuovo copione di
vita. Ma è indispensabile in questa prospettiva - ci fa capire Amelia
Izzo - imparare a tollerare con una grande capacità di contenimento che
gli elementi drammatici o tragici del passato delle piccole vittime
possano riprodursi nel presente della vita comunitaria, accettare
con benevolenza e senza cedimenti d’animo che i ragazzi e le
ragazze possano rimettere in scena - magari investendo
direttamente gli educatori - l’odio e il disprezzo di cui sono stati
bersaglio, la sfiducia nel mondo dei grandi e nel futuro, da cui sono
pervasi, la ricerca illusoria di amore e il rifiuto onnipotente dei
limiti, degli impegni, delle responsabilità, che hanno circondato per anni
la loro esistenza di bambini e bambine.
Accettare è una parola chiave che non appartiene al campo
semantico della rassegnazione e della passività, bensì al campo semantico
della trasformazione. L’accettazione nell’impegno educativo è la
capacità di sviluppare una tolleranza amorevole della sofferenza del
bambino, una pazienza trasformatrice, che è ingrediente fondamentale della
fiducia nel cambiamento e dell’impegno a trasmettere questa fiducia al
soggetto portatore del disagio, un soggetto che di tale cambiamento deve
diventare progressivamente il protagonista.
Accettare il passato dei
minori che vorremmo aiutare è il compito più duro, perché questo passato è
radicalmente diverso da come avremmo voluto, perché ritorna
persistentemente più di quanto spesso non siamo disponibili a sopportare,
perché frustra penosamente le nostre aspettative sulla bontà e sulla
razionalità degli essere umani in generale e delle figure genitoriali in
particolare, perché contrasta le nostre illusioni su una facile
possibilità di cancellarne gli effetti grazie alla nostra onnipotenza
riparatoria.
Reggere il passato è molto
difficile. Diventa impossibile se non c’è una presenza amorevole che
consente di porsi degli interrogativi ed avviare un percorso di
consapevolezza. “Mamma, dove la mamma?”, chiede ad Amelia una bambina che
ha compiuto due anni in comunità con una comunicazione struggente e nel
contempo illuminante nella sua paradossalità. E’ in quanto c’è qualcuno
che può essere vissuto come presenza materna ed affettuosa che la bambina
riesce ad avviare una ricerca sulle proprie origini, a ben vedere su se
stessa.
Accettare il passato di un
bambino significa tollerare che questo passato si ripeta, tollerare che il
passato si riproponga attraverso il sintomo, attraverso il disprezzo di
sé, attraverso la provocazione. Si farà il possibile ovviamente per
contenere e minimizzare i danni di questa ripetizione, ma non ci
illuderemo di cancellarla fin tanto che il bambino ha l’esigenza di
ritornare sul passato per poterlo egli stesso accettare e dargli un senso
anche con il nostro aiuto. Il passato bussa alla porta, fin tanto che il
soggetto non riesce ad esprimere tutti i sentimenti che sono stati
compressi e rimossi nei passaggi più sconvolgenti della propria esistenza,
fin tanto che il bambino non riesce a padroneggiare con la consapevolezza
la propria sofferenza, invece che esserne padroneggiato.
Il minore che ha subito violenza ha
necessità di riprendere contatto con l’impotenza, la rabbia, la
sofferenza, la paura, la vergogna associate alle esperienze traumatiche,
sentimenti che egli ha dovuto espellere, evacuare dalla propria mente
perché troppo dolorosi da percepire e perché vissuti in una solitudine
desolante: sentimenti che il bambino ha bisogno di integrare attraverso le
risposte di accettazione contenitiva ed empatica degli educatori e del
terapeuta e di conseguenze attraverso l’accettazione compassionevole e
nel contempo responsabilizzante di se stesso.
Dal testo di Amelia Izzo si intravede una
strada possibile di interazione e di collaborazione fruttuosa tra l’educatore
“traghettatore”del bambino tra il suo passato e il suo futuro e lo
psicoterapeuta “accompagnatore”. Uno psicoterapeuta che non
inchioda la piccola vittima ad una patologia, che non stordisce con i
farmaci il rapporto del bambino con la sofferenza, né stordisce con le
proprie difese di psicologo il proprio rapporto con la sofferenza, ma che
è disponibile ad incontrare il passato del bambino, ad accompagnarlo nel
suo viaggio di andata e ritorno all’inferno del trauma, pronto a
collaborare, ad aiutare gli educatori e a farsi aiutare da loro
nell’impegno ad ascoltare, a mettersi in discussione, a restituire al
bambino il senso del proprio valore, delle proprie risorse e del proprio
domani.
“Non toccate le farfalle!” è un testo
emotivamente intelligente, dove la mente cerca di abbracciare il cuore,
dove le indicazioni operative s’intrecciano con frammenti di storie
infantili, frammentate da una straordinaria violenza, dove la riflessione
s’intreccia con l’esperienza dell’autrice, impegnata da lunghi anni nella
costruzione di case.famiglia e nella progettazione di esperienze educative
su una trincea non si rado aperta allo scontro con l’incomprensione degli
indifferenti, con l’aggressione dei violenti, con la disperazione delle
vittime.
“Non toccate le farfalle!” è
un testo-testimonianza di una donna che nel tentativo di andare incontro
al dolore degli altri ha imparato e riconosciuto la possibilità di
incontrare e di curare più autenticamente il proprio dolore, senza
peraltro sovrapporre il dato soggettivo a quello altrui. Amelia Izzo ha
saputo organizzare un progetto significativo e rilevante di
case-famiglia, evitando tuttavia di nascondersi dietro il dito della
direzione organizzativa per sfuggire all’impegno di mettere in discussione
i propri interventi, le proprie difficoltà professionali, le proprie
emozioni e relazioni interpersonali con colleghi e con gli ospiti delle
comunità da lei dirette. Non mi è capitato di frequente come supervisore e
come formatore di vedere dirigenti di progetti di organizzazioni
comunitarie esprimere e realizzare – come ho visto invece fare ad Amelia –
una forte disponibilità al confronto sui sentimenti e sulle esperienze,
una forte disponibilità alla messa in discussione personale e
professionale del proprio ruolo di persona, di educatrice e di dirigente.
“Non toccate le
farfalle!” Le farfalle rinviano alla delicatezza. Non violate, ci
ricorda questo testo, la delicatezza delle emozioni dei bambini
sofferenti: queste emozioni chiedono di essere riconosciute, messe in
parola e tenute in gran conto. Non compromettete la delicatezza di un
processo trasformativo possibile (dalla condizione larvale dell’abbandono
e dell’abuso alla condizione della farfalla che riesce a realizzare il
proprio progetto naturale di uscire dal bozzolo e di volare via). Non
rovinate la delicatezza delle ali fragili che una mano irriguardosa e
strumentale ha già rischiato di spezzare: le farfalle dipendono dai fiori
su cui hanno bisogno di posarsi, ma possono realizzare le proprie
possibilità evolutive e lanciarsi in volo in piena indipendenza nel cielo
aperto… |